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di Caterina Civallero

Pubblico con emozione una bellissima lettera scritta da Rosanna Fabbricatore indirizzata ai padri, e a quei figli che non li possono abbracciare, scritta nel giorno della Festa del Papà.

Potrei scrivere altro, ma resto in silenzio e vi affido le sue parole:

Settimo Torinese 19.03.2020

Oggi è la Festa del Papà, una festa nata nel 1900: chissà come erano i padri in quell’epoca?

Forse, allora era più semplice essere padri?

Il padre è una figura molto importante, nella vita di un figlio.

Il mio diventò padre nel 1969, lui aveva 29 anni, io sono la primogenita. Per me è stato, ed è, una figura di riferimento; sono orgogliosa di mio padre, anche se a volte, in passato, ritengo sia stato troppo severo.

Sono tanti i ricordi divertenti: spesso il sabato pomeriggio uscivamo tutti insieme, mio fratello, mio padre, mia madre e io. Compravamo una tortina, mia mamma portava da bere, attraversavamo la città in auto e raggiungevamo la campagna, mia madre stendeva una tovaglia su un prato e ci sedevamo vicini a fare merenda, portavo sempre il mio giradischi arancione, ascoltavo le canzoni del momento: ”Zingara” oppure “Fatti mandare dalla mamma”.

Quest’anno la Festa del Papà è diversa, troppi figli in questi giorni hanno perso il proprio padre, chissà il dolore che stanno provando?

Alcune persone, in questi giorni, hanno affidato il loro padre ai soccorritori che sono arrivati con l’ambulanza a sirene spiegate.

Lo hanno visto andare via con la speranza di rivederlo al più presto. Purtroppo per alcuni non è andata così: in tanti sono stati svegliati nel cuore della notte, o chiamati durante il giorno: il trillo del telefono e dall’altra parte una voce quasi irreale, come nel peggiore degli incubi, diceva loro: “ Mi dispiace, suo padre non ce l’ha fatta, e’ morto”.

In quell’istante, anche una parte di quel figlio al telefono moriva, e come se non bastasse, il medico aggiungeva: ”Mi dispiace suo padre è risultato positivo al Covid 19, lei deve rimanere in isolamento per 14 giorni, avverta le persone con cui è stata in contatto…”.

Con la morte nel cuore, il terrore negli occhi, quelle persone riprendono il telefono in mano e avvisano parenti, gli amici, i colleghi, sapendo già che non ci sarà nessuno vicino ad abbracciarlo, a preparargli un caffè, a consolarlo per quel lutto improvviso .

Penso a quei figli che non rivedranno mai più il padre, l’uomo che ha indirizzato il loro cammino, quell’uomo che loro vedevano ancora forte: il loro padre come una farfalla indifesa, li aveva lasciati per sempre.

Vedo quelle persone sole, in casa, terrorizzate, il telefono in una mano, il termometro nell’altra per misurarsi la temperatura, per essere certe di non essere state contagiate. L’unica cosa che resta da fare è cercare l’album con le vecchie fotografie, e piangere, urlare di dolore e rabbia, l’impotenza, la solitudine, l’abbandono, il vuoto.

La cara amica a cui è successo proprio questo, ieri, mi ha detto al telefono: ”Mi sento come su un precipizio”; mi ha detto: “non ho più la terra sotto i piedi”.

Ho sentito il suo dolore sotto la sulla pelle.

Quest’anno la Festa del Papà, per me, sarà un giorno diverso.

Mio padre è al sicuro a casa con mia madre, sono in isolamento totale, da oltre due settimane, ma… “te lo giuro papà appena potrò raggiungervi ti darò tutti i baci che forse ti ho fatto mancare”.

Rosanna

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