Il prolifico scrittore Honoré de Balzac, a partire dal 1831, decise di anticipare sui giornali alcuni capitoli dei romanzi che stava scrivendo alimentando il soffio vitale che diede vita alla definizione di romanzo d’appendice. Per tenere bassi i costi di stampa i giornali dovevano assicurarsi una larga base di lettori da fidelizzare, occorreva una strategia di mercato. Nel 1836 Émile de Girardin fondò il quotidiano La Presse ed ebbe la felice intuizione di sfruttare lo spazio dedicato dagli altri quotidiani alla critica letteraria per pubblicare racconti inediti a puntate.
L’idea riscosse subito successo, aumentando il numero di lettori, poi di abbonati al giornale. Fu l’inizio del genere feuilleton. Risale quindi a quasi duecento anni fa la geniale modalità editoriale in seguito alla quale prese a diffondersi la forma classica del libro. Attendere l’uscita di un giornale
per poter leggere il prosieguo di una storia divenne quasi una necessità per il pubblico di allora.
Alcune opere ottocentesche molto conosciute come I miserabili di Victor Hugo o I misteri di Parigi di Eugène Sue, ma anche I tre moschettieri di Alexandre Dumas padre, il Manoscritto trovato in una bottiglia di Edgar Allan Poe − futuro padre del romanzo poliziesco − vinse un concorso letterario indetto da una rivista di Baltimora.
Mi sono molto incuriosita mentre cercavo queste informazioni storiche nel tentativo di comprendere la scelta editoriale di Alessandro Zecchinato e mi sono domandata: “Chissà quale spinta interiore lo ha portato a compiere un movimento che proviene da altrove?”. Conoscendolo personalmente non posso certo dire che si tratti di uno scrittore dalla penna retrò o uno di quegli appassionati sfegatati di letture d’altri tempi; definirei Alessandro come un autore inconsapevole della propria poliedricità. La sua cultura spazia a tre D e spesse volte mi sono trovata a cercare il significato di alcune delle parole che ti propina mentre si sta parlando del più e del meno, come niente fosse: te le sfagiola sotto il naso come fossero termini talmente usuali da sembrare banali, e mentre resto lì con la mente arrovellata sulle radici etimologiche di un termine, nel tentativo di decodificarlo, mi rendo conto che mi trovo di fronte a un personaggio che proviene da altrove. Non voglio affermare che si tratti di un Ufo, sia ben chiaro, ma certe sue conoscenze non possono aver avuto il tempo di sedimentarsi nella sua pur breve vita. Cinquantatre anni a breve non sono pochi, si sa, ma nel flusso della storia sono niente.
Spesso ho come la percezione che la sua vita somigli a quella di Mr. David Silvera, il protagonista de L’amante senza fissa dimora di Fruttero e Lucentini, autori legati alla città di Torino, benché per ragioni diverse, come noi. Il mistero con cui la sua vita scivola da una giornata all’altra è davvero intrigante, così come i suoi scritti.
Qualche sottile differenza nasce dettato da un’esigenza quasi morbosa e si sviluppa, quasi sotto i miei occhi, mentre assisto alla sua più recente ristrutturazione emotiva che lo vede impegnato su più fronti a gestire contemporaneamente la stesura di più testi. Finalmente lo vedo appropriarsi del suo vero nome mentre esce allo scoperto come non avesse mai usato pseudonimi.
Anacronismi, slidings, coincidenze e iperpercezioni sono le fondamenta del suo libro che sceglie, con grande convinzione, di pubblicare a puntate come si faceva due secoli fa. Agganciandosi a uno spazio tempo che non mi svela per non rovinarmi la sorpresa, così dice, mantiene alto il livello della mia curiosità e mi esorta a inseguire i voli pindarici che libra con assoluta disinvoltura.
Ironico e dissacrante, per come lo conosco normalmente, qui Alessandro Zecchinato mi pare ridimensionato da un obiettivo che difficilmente è possibile intuire immediatamente ma che emerge con prepotenza in ogni pagina del libro.
Citerei il regista e sceneggiatore danese Lars von Trier se dovessi paragonare il suo genere letterario a uno cinematografico, ma commetterei un errore se tralasciassi di aggiungere che la miscela necessaria per descrivere il gusto dei suoi scritti prevede la presenza impercettibile, ma concreta, delle caratterizzazioni tipiche di James Mangold regista, sceneggiatore, produttore televisivo e produttore cinematografico statunitense conosciuto per molte delle sue opere fra cui spicca soprattutto il thriller Identità ispirato al romanzo di Agatha Christie Dieci piccoli indiani, e i film Quando l’amore brucia l’anima e Quel treno per Yuma.
Alessandro Zecchinato si muove fra le pagine del suo libro con una maestria che lascerà col fiato sospeso: autore poliedrico, come dicevo all’inizio, evocativo e audace, vi risulterà comunque indulgente per via di alcune imperfezioni che, con assoluta necessità, ha fatto in modo di seminare fra i capitoli forse per rassicurare il lettore della sua inconsapevole autenticità.