Il ruolo della vittima come archetipo in una famiglia è uno dei più potenti e insidiosi ed è un tema che tocca dinamiche profonde.
Apparentemente si potrebbe pensare che la persona “finga” di essere vittima, poiché spesso il suo atteggiamento ha delle oscillazioni che ne mostrano gli aspetti più solidi, ma si tratta di una solidità di superficie che non radica e non è stabile.
In realtà nel contesto è il sistema familiare che sostiene il ruolo della vittima nel tempo. La vittima, riconosciuta nel suo ruolo, aiuta tutti a mantenere un equilibrio emotivo collettivo, anche se è disfunzionale. La struttura che articola questa dinamica familiare si autodetermina nel tempo e si stratifica.
IL CONTESTO EMOTIVO CHE CREA LA VITTIMA

La vittima nell’infanzia non si forma perché è “debole”, ma perché impara giorno dopo giorno che essere debole è più sicuro che essere forte. È un ruolo che nasce da condizioni emotive precise, ripetute, e spesso invisibili agli adulti.
Una vittima si forma nella famiglia di origine quando un bambino capisce che:
- la sua forza non è accolta;
- la sua rabbia non è permessa;
- la sua autonomia non è sostenuta;
- la sua fragilità è l’unico modo per ottenere attenzione, protezione o amore.
È un ruolo appreso, non un tratto di personalità. È come se il bambino fosse addestrato dalla famiglia stessa a rispondere alle esigenze del Clan.
La vittima nasce in famiglie dove il bambino percepisce che:
- non può deludere nessuno;
- non può disturbare;
- non può essere “troppo” (troppo arrabbiato, troppo vivace, troppo autonomo);
- non può chiedere direttamente;
- non può essere visto nella sua complessità.
In questi ambienti, il bambino impara che la fragilità è l’unico linguaggio che non viene punito. La fragilità diventa così una strategia di sopravvivenza relazionale.
L’ARCHETIPO DELLA VITTIMA QUANDO IL SOGGETTO CREA LA SUA FAMIGLIA STORICA
È un ruolo psicologico che si manifesta quando una persona:
- si percepisce da sempre o viene percepita come fragile, indifesa, bisognosa;
- ha scoperto crescendo che non riesce a sostenere la responsabilità delle proprie scelte;
- essendo abituata ad agire nella modalità di vittima utilizza (consciamente o no) la sofferenza per ottenere attenzione, protezione o controllo anche dai suoi familiari (partner, figli, nipoti);
- diventa così il “centro emotivo” attorno a cui gli altri si organizzano e questo le da potere personale e riconoscimento.
Questo ruolo può essere assunto da:
- un genitore
- un figlio
- un partner
- un anziano
- un familiare con problemi di salute o dipendenze.
PERCHÉ NASCE QUESTO ARCHETIPO
Di solito emerge in famiglie dove:
- i conflitti non possono essere espressi apertamente perché il contesto non propone comprensione e ascolto adeguati;
- c’è un forte senso di colpa o dovere;
- le emozioni sono gestite tramite ruoli, gesti, non tramite dialogo.
- qualcuno ha bisogno di mantenere il controllo senza apparire “dominante”;
- la vittima diventa così una leva emotiva;
- gli altri si muovono per proteggerla, compiacerla, non farla soffrire, non farla arrabbiare.
I VANTAGGI NASCOSTI DEL RUOLO (PER CHI LO INTERPRETA)
Non sono vantaggi “sani”, ma dinamiche psicologiche:
- evita responsabilità;
- ottiene attenzione e cure;
- mantiene gli altri in una posizione di “salvatori”;
- può manipolare senza sembrare manipolatore;
- giustifica comportamenti disfunzionali (“non posso farci niente, sto male”).
Questo non significa che la persona non soffra davvero.
Significa che la sofferenza diventa un linguaggio relazionale senza il quale il soggetto è privo di identità.

I VANTAGGI NASCOSTI DEL RUOLO (PER LA FAMIGLIA)
La famiglia mantiene:
- un equilibrio prevedibile;
- ruoli fissi (vittima, salvatore, persecutore);
- una narrazione chiara su chi è “buono” e chi è “cattivo”;
- un modo per evitare conflitti reali.
È il classico triangolo di Karpman:
- Vittima
- Salvatore
- Persecutore
IL TRIANGOLO DI KARPMAN, ascolta la spiegazione del dottor Anselmo Zoccali
COME SI RICONOSCE UNA “VITTIMA ARCHETIPICA”
Segnali tipici:
- racconta sempre storie dove “subisce”;
- non ha mai responsabilità dirette;
- gli altri devono “fare qualcosa” per lei;
- usa la fragilità come forma di potere;
- crea senso di colpa negli altri;
- non tollera che qualcuno esca dal ruolo di salvatore.

COSA SUCCEDE QUANDO QUALCUNO ESCE DAL COPIONE
Quando un membro della famiglia smette di: salvare, proteggere, giustificare, accudire, farsi carico la vittima può reagire con: crisi emotive, malesseri fisici improvvisi, accuse (“non ti importa di me”), ritiro affettivo, drammatizzazione.
Perché agisce così? Perché la vittima perde la sua fonte di potere, il sistema si destabilizza e dovrà riorganizzarsi:
IL PUNTO PIÙ IMPORTANTE
La vittima non è “cattiva”. È intrappolata in un ruolo che:
- le dà identità;
- le dà attenzione;
- le evita responsabilità;
- le permette di non affrontare parti di sé troppo dolorose.
Ma è un ruolo che imprigiona anche gli altri.

PERCHÉ QUESTO ARCHETIPO TI RIGUARDA?
Se hai una sensibilità molto alta verso le dinamiche familiari e i ruoli vedi come:
- il malessere di qualcuno “muove” il tuo sistema;
- la tua sofferenza e quella dei membri del tuo Clan diventa un linguaggio;
- il corpo esprime ciò che la mente non elabora: ciò che non si esprime si imprime;
- il tuo movimento interno cambia gli equilibri.

COME SI ESCE DAL RUOLO DELLA VITTIMA?
La liberazione passa solo attraverso la presa di coscienza e la separazione dei destini, ma occorre che sia la vittima stessa a lamentare la necessità di un cambiamento. Tentativi esterni di strapparla dal suo ruolo avranno come risultato un inasprimento del Campo morfico che è un campo invisibile di memoria collettiva che organizza e guida il comportamento e le forme viventi e connette ciò che è simile.
La vittima per uscire dal “Triangolo drammatico” dovrà:
- Riconoscere il trauma d’origine: Identificare a quale antenato appartiene originariamente il dolore e comprendere che può esimersi dal reiterare la storia psicogenealogica.
- Restituire il carico: Separare la propria vita da quella degli antenati tramite atti simbolici, consulenze con un professionista preparato a elaborare le dinamiche dell’albero genealogico, o costellazioni familiari (“Ti vedo, onoro il tuo dolore, ma questo appartiene a te e io scelgo di vivere diversamente”).
- Assumersi la responsabilità: Passare dall’essere un soggetto passivo subente all’essere l’attore della propria vita, spezzando la catena transgenerazionale.
Leggi l’anteprima di ARCHETIPO AFRICA di Alessandro Zecchinato.

CATERINA CIVALLERO Consulente alimentare, facilitatrice in Psicogenealogia junghiana, scrittrice

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