Caterina Civallero Autrice

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ULAY E MARINA ABRAMOVIC

Aggiornato il: mag 1


di Caterina Civallero



Lunedì 2 Marzo 2020 Marina Abramovic posta un messaggio sui Social: “It is with great sadness I learned about my friend and performer partner Ulay’s death today…”

Con questo messaggio l’artista serba annuncia la morte dell’ex compagno Ulay, pseudonimo per Frank Uwe Laysiepen, avvenuta per le conseguenze del linfoma con cui il fotografo performer e accademico tedesco stava lottando da 11 anni.

Si erano conosciuti a Venezia negli anni ’70 e avevano in seguito condiviso le esperienze artistiche e politiche di Amsterdam. Entrambi profondamente segnati dagli esiti della seconda guerra mondiale avevano lasciato i rispettivi paesi di origine per cercare una soluzione sociale consona ai loro spiriti liberi.

Ulay aveva lasciato moglie e figlio per abbracciare il movimento anarchico controculturale Provo che diede il via alle successive azioni per mortificare il consumismo e sostenere l’ecologia.

Alla fine degli anni settanta, viaggiando il mondo con uno sgangherato pulmino Citroen, trascorrono un periodo a Orgosolo, in Sardegna dove in cambio della loro arte ricevono ospitalità e cibo. I pastori della Barbagia li accolgono con grande apertura lasciando vivo un ricordo che Marina commenterà in seguito al fotografo nuorese Sebastiano Piras nel suo studio di New York.




Compagni di vita per circa 12 anni, dal 1976 al 1988, sperimentarono ardite performance di Body art spingendosi al limite estremo nel tentativo di dimostrare che corpo e mente possono dis-identificarsi in funzione dell’emozione pura.

Nelle loro esibizioni hanno sfidato la paura, inginocchiato il pudore a suon di ceffoni e grida, sconvolgendo un pubblico inizialmente impreparato ad accogliere gli eccessi: fra le loro opere fecero particolare scalpore Imponderabilia del 1977 che li vede esibirsi nudi fronteggiando gli stipiti della porta d’ingresso presso la Galleria Comunale d’arte moderna di Bologna.

Ulay, in scena con Marina Abramovic, usa il proprio corpo come un’installazione e obbliga il pubblico a entrare in contatto con le sensazioni che si creano vorticose e profonde di fronte alla sfrontatezza dell’assurdo, dove non esiste confine e si sperimenta immediatamente l’effetto della performance sulla propria pelle.

Sconvolgente e al limite della legalità la performance che avrebbe dovuto durare sei ore ne durò soltanto tre: fu interrotta dall'arrivo della polizia chiamata a gestire l’imbarazzo dei visitatori.

Rest Energy del 1980 li vede in bilico fra l’arco teso di Marina che offre a Ulay, di fronte a lei, la possibilità di scoccare una lunga freccia dritta nel suo petto. I microfoni posizionati sul corpo degli artisti registrano l’incedere dei battiti dei loro cuori: esplicito il discorso artistico basato su resistenza e fiducia.

Ulay ai sui esordi artistici documenta con la Polaroid la cultura di travestiti e transessuali in un’animata raccolta fotografica. Attratto dalla sensazione di avere un potente animo femminile avvia un magnifico processo di costante sperimentazione: nella serie Auto Polaroid affronta il tema dell'intimità fotografandosi vestito e truccato meticolosamente da donna. Scatta numerose pose di se stesso specificando soprattutto in bianco e nero l’intensa necessità di esprimersi sul genere; acute le sue provocazioni, mai banali perché audacemente raffinate.

Durante tutta la carriera rimane fedele al proprio motto: "L'estetica senza etica è cosmetica" e lavora creando senza compromessi, rigoroso e coerente, anche a costo di rimanere ai margini del mercato.

La relazione fra Marina e Ulay dimostra la ferocia di una gemellarità straordinaria, dove per gemellarità intendo quel morboso legame di intenti, viscerale e prodigioso che spinge la coppia a sperimentarsi in acrobazie psichiche sempre più pericolose al fine di catturare il punto preciso in cui il contatto fra due può iniziare davvero a divenire Uno.

Nati lo stesso 30 Novembre di anni differenti fondono da subito le loro vite private e artistiche in un sodalizio destinato a risucchiarli in un baratro soffocante. La carriera si espande ai danni della relazione di coppia.

Nei testi sulla Sindrome del gemello e sulla Coerenza scritti con Maria Luisa Rossi e distribuiti anche dalle maggiori piattaforme online scrivo di come la straordinarietà di certi rapporti di coppia riesca a estirpare anche la più profonda delle radici che ci spinge alla dualità, e l’esperienza spesa per ritrovare l’origine di sé alimenta il potenziale energetico che ci sostiene a compiere il salto evolutivo dell’integrazione.

Marina e Ulay hanno vissuto insieme la preziosa porzione di vita che spinge biologicamente l’uomo a costruire casa e famiglia, a radicare e proliferare.

I due produttivi performers si costruiscono uno dentro l’altra scegliendo la più ardua delle esibizioni, quella che fra tutte ha creato meno scalpore ma la sola che è stata capace di re-identificarli e spingerli verso il compimento del loro destino. The Wall Walk in China nel 1988 è l’opera ultima della loro tumultuosa relazione punteggiata di eccessi, tradimenti, trasgressioni: entrambi percorrono a piedi tutta la Grande Muraglia, partendo dai capi opposti per incontrarsi al centro e dirsi addio, senza più rivedersi.

Quando nel 2010 Marina Abramovic si esibisce al MoMa di New York con The Artist is present, in tre mesi di incontri, accoglie seduta su una sedia, fasciata in austeri abiti lunghissimi monocromatici in posa immobile e in silenzio, lo sguardo attento dei visitatori che fanno la fila per poter incontrare una delle artiste più vivaci della storia della Body art. L’esibizione consiste nel sostenere l’emozione reciproca che scorre durante quei brevi minuti; sconvolgente la sua reazione quando apre gli occhi pronta a incontrare quelli del visitatore successivo e si trova davanti Ulay che non vede da 22 anni.

Il video dell’incontro fa il giro del mondo.

I lunghi sospiri di Marina, i profondi sbuffi di Ulay che scuote la testa con un no, le lacrime di lei, la tristezza degli occhi di lui che abbassa lo sguardo, mentre lei lo sostiene per entrambi, sottolineano che la relazione, anche quando conclusa, continua a vivere una vita propria. Anche quando i suoi creatori si dividono essa resiste, si anima e si trasforma in qualcosa di imprevedibile. E così Marina tende le braccia verso Ulay lasciandole scivolare sul piano del tavolo che li separa e contemporaneamente li riavvicina, alla giusta distanza.


Ancora una volta la coppia Abramovic Ulay sconvolge il pubblico lasciando un messaggio inossidabile: al di là del tempo, dello spazio e della distanza interiore, l’emotività sopravvive e rinasce.


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