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Nella corrispondenza che tengo con una cara amica che, per gioco, chiamo Calvin, ho recentemente affrontato il tema dell’Altro, argomento molto complesso e denso, motivo per cui merita di essere riportato in un articolo.

Calvin mi chiama Hobbes e abbiamo concordato di dialogare sotto copertura per consentirci di uscire dagli schemi mentali che normalmente impediscono alle persone di sentirsi libere, di esprimersi veramente. Sembrerebbe un paradosso o un gioco di parole invece proprio quando dimentichiamo di essere noi stessi riusciamo davvero a smettere di impedirci di esserlo.

Chi conosce i fumetti sa che la coppia Calvin & Hobbes descrive la favolosa amicizia fra un bambino iperattivo di circa sei anni e la sua tigre di pezza che per lui si anima e diventa compagna di gioco e marachelle; a firmare le strisce è il famoso Bill Watterson che fino al 31 dicembre 1995 pubblica su numerosi giornali le sue deliziose opere. Egli scrive:

«Quando Hobbes è un bambolotto di pezza in una vignetta e vivo nella successiva, sto contrapponendo la versione della realtà degli “adulti” con quella di Calvin, invitando il lettore a decidere quale sia la più vera».

A stimolare Calvin a scrivermi di getto è una mia affermazione ascoltata durante la terza lezione del corso di scrittura di novembre; durante una spiegazione volta a sottolineare l’importanza di creare e difendere la propria alchimia interiore per poter trasmettere al pubblico, in veste di scrittore, un’opera armonica, spiego: «Il cervello non conosce altri che se stesso: è tutto un gioco di specchi. A cosa serve l’Altro? Egli mi mostra chi sono, come agisco e mi permette di conoscermi e sperimentarmi.»

 

Poche ore dopo Calvin mi scrive una e-mail intitolata: Ho pensato che è tutta una danza, un balletto.

Il suo scritto inizia così: «Ogni volta che incontri qualcuno/a e stabilisci una relazione di amore/amicizia/condivisione, maschio o femmina che sia, inizia il gioco delle parti più o meno oscure e conosciute di te stesso. Del tutto inconsapevolmente!

Può essere anche che il rapporto sia alimentato dall’energia di un tuo antenato o antenata,  o la manifestazione di un suo problema irrisolto che diventa in quel momento tuo.

Entrambe le parti, i protagonisti, mettono in scena questa dinamica e tutto si snocciola e si sviluppa secondo un copione di cui, il più delle volte, siamo inconsapevoli.

Perciò in scena non ci sono io e l’altro/l’altra (così semplicemente come crediamo di conoscerci) ma agiscono le energie, i geni, i problemi e le modalità di qualcun altro di cui siamo comunque portatori, o meglio attori, e anche custodi a livello profondo, poiché il messaggio condiziona ogni nostra cellula e l’intero DNA.

Ciò che si muove e che interpreta la parte è l’energia di qualcun altro. I nostri corpi deambulano, si muovono, parlano, si arrabbiano, soffrono, provano emozioni pensando siano davvero le proprie.

Un grande abbraccio.

Calvin».

Come sempre è l’istinto che mi spinge a rispondere subito, senza riflettere, come se stessi accettando un invito o sfidando l’onda perfetta che si srotola davanti a me.

Mi tuffo di getto nel ruolo di Hobbes e scrivo: «Caro Calvin sapessi quanto ti penso “dal quassù” di queste colline in cui vivo adesso. Guardo giù, verso la città, e vedo me, noi, te e me, il passato, e le immagini si fondono e mi abbracciano fino a rilassarmi.

Cammino nei boschi e ti penso, osservo un oggetto e mi ritorni in mente, alle volte consapevolmente e spesso con quell’impetuosa sicurezza che solo la familiarità di certe emozioni sa lasciare alla spontaneità dei gesti quotidiani.

Leggo con piacere quanto scrivi e sono certo che “l’inconscio coNNetivo”, così ho ribattezzato il famoso termine junghiano, agisce sempre collegandoci costantemente. Sì, siamo specchi che riflettono parti di noi, e nell’infinito gioco di immagini, quando sono due specchi a rimbalzarsi i riflessi, diventa difficile comprendere quale sia la fonte che origina il movimento: ma una fonte c’è; c’è sempre!

Abbiamo bisogno dell’altro per vederci, danzare, osare, riconoscerci.

Quando l’orientamento delle lastre metalliche che usiamo per “vederci” cambia la prospettiva delle cose restiamo increduli di fronte a certe verità, ma questo può valere anche quando stiamo proiettando e osservando immagini speculari.

Comprendere cosa sia vero e cosa sia riflesso non è semplice ed è questo gioco di indovinelli che rende la vita curiosa e avventurosa.

Sono molto contento che l’incontro di scrittura sia stato stimolante: oggi ho dedicato molto tempo a elaborare e sperimentare in gruppo una tecnica non semplice che aiuta uno scrittore a verificare la stabilità dei propri scritti. Ne parlo anche nel libro Realizzo il mio sogno, Creo Scrivo Pubblico scritto con Alessandro Zecchinato, nella sezione intitolata I 5 elementi: nessuna regola impedisce di scrivere liberamente e di getto ciò che esce d’impeto dal cuore ma per comunicare davvero bisogna rileggere sempre ciò che creiamo, verificando che il testo risponda agli equilibri dettati dalla natura e per essere certi di essere riusciti, davvero, a passare al lettore l’autenticità delle nostre emozioni.

In attesa che la rete energetica che gestisce la fluidità dei nostri incontri si possa allineare su uno schema semplice e pratico ti mando un abbraccio così stritoloso che solo una tigre di pezza può regalare al suo amico più caro.

Ti voglio bene, Hobbes».

Calvin o Hobbes, io e te, noi o chiunque, abbiamo tutti la vigorosa necessità di comprendere chi siamo. È in virtù di questa ricerca che ci imbattiamo in rapporti che anche se poi finiscono o si trasformano con una proporzionalità dapprima imprevedibile ma poi chiaramente semplice, ci lasciano la certezza che esiste un unico metronomo capace di confermare la perfezione del disegno umano. Esso dipinge nel suo movimento l’arco dei rapporti fra le persone ed è orchestrato a sua volta da un maestro sublime che ci conosce davvero, nonostante i nostri nascondigli.

Nel libro Il mio gemello mai nato edito da Uno Editori nel 2018 affermo insieme a Maria Luisa Rossi: «Calvin e Hobbes è anche nostalgia per quel mondo magico che tutti abbiamo vissuto quando era tempo di gioco e la nostra creatività era esplosiva e scoppiettante, quando il fuoco d’artificio era l’indiscussa modalità reattiva dei nostri progetti. Se leggendo le strisce di Watterson non ci scappa nemmeno un sorriso è brutto segno: segno che sotto lo spessore della cenere non è rimasta accesa alcuna brace. Che l’ardore della nostra innocenza è andato perduto e con esso il ricordo di noi bambini; oppure che si è smarrita sotto una coltre di convenzioni e moralismi strutturati. Un vero peccato, se fosse così.»

Anche nel tentativo di venir meno ai nostri ruoli, o quando ci pare di non averne uno, siamo sempre connessi agli altri e nel tentativo di distinguerci da essi ci specializziamo sulla conoscenza di noi stessi e sulla percezione che ci perviene della certezza della nostra esistenza.

Un meraviglioso danzare che fa ballare specchi interconnessi, come i girasoli di un campo assolato che sanno perfettamente dove orientare le loro corolle per catturarne luce e calore. Siamo meravigliosi ballerini argentati che riflettono bagliori e infondono immagini: mostriamo agli altri ciò che desiderano vedere e permettiamo con il nostro ballo il perpetuo movimento di occhi e sensi che inseguono ingordi la verità.

Caterina Civallero

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