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Tratto dal romanzo QUANDO PIOVE SUI FIORI

Le chiusure della valigia schioccarono sotto le sue dita, docili come un puledrino ammaestrato; il pensiero la riportò al ricordo delle mani nodose del suo amato nonno Jacques e dovette sforzarsi di tornare a occuparsi del suo bagaglio perché si conosceva fin troppo bene: bastava un’immagine di troppo e si sarebbe ritrovava in lacrime per tutta la sera. Sollevò l’abito color argento e si compiacque di aver insistito affinché il colletto fosse sostituito con una collana di perle e intarsi di marcassite. Sapeva già che indossato sarebbe stato perfetto. Sua cugina Hélène ripeteva sempre che sarebbe risultata elegante anche con un lenzuolo di cotone buttato alla meglio, e di lei si fidava ciecamente. Dal piccolo armadietto di fronte al letto prese le decolleté grigie e iniziò a studiare gli abbinamenti. Il beauty-case traboccava di cosmetici, i migliori che era riuscita a recuperare dall’Accademia Teatrale di Parigi, e le ci volle davvero poco per truccarsi. In meno di mezzora si era trasformata in una donna di trent’anni in più, e senza tralasciare alcun dettaglio, aggiunse delle piccole macchioline al dorso delle mani reso grinzoso dalla maschera astringente: un vero prodigio! Il collo era rugoso al punto giusto e le guance, increspate dagli effetti del miracoloso cosmetico, tiravano verso il basso dando alla sua bocca un che di triste e malinconico. Amélie era curiosa di scoprire quale pollo avrebbe abboccato al suo giochetto. La divertiva incredibilmente scoprire di cosa fossero capaci gli uomini. Prese un respiro profondo e uscì della cabina, sincerandosi che nel corridoio nessuno l’avesse vista. Camminando con la schiena un po’ incurvata in avanti, con lo sguardo volto a terra come se stesse cercando qualcosa che aveva perso, guadagnò la scala che conduceva direttamente al grande salone: favoloso! Semplicemente favoloso! Il gioco di specchi posti alle pareti generava un turbinio di riflessi che da un lampadario all’altro moltiplicano di almeno cinque volte la luce diffusa dalle lampadine. Amava quel genere di magia, vivere circondata da argenti e cristalli ogni giorno era una di quelle sue ambizioni per cui veniva presa in giro dalla famiglia, che osava definirla frivola e irriverente; particolare, quest’ultimo, su cui lei aveva da ridire…

Dalla borsetta estrasse un minuscolo fazzoletto bianco ricamato ai bordi: lo usava per tamponare la punta del naso, che in realtà prudeva per la pelle che era rimasta tirata verso il basso, poi lo lasciò cadere.

Dalla fierezza dei suoi passi era evidente quanto Amélie fosse a suo agio in quei panni e quanto docili fossero i suoi muscoli al riguardo; ogni più minuscola articolazione si assoggettava alla sua performance. Sarebbe risultato piuttosto difficile anche per suo padre identificarla in quei panni, e aver indossato le lenti a contatto scure e opache aveva completato l’effetto mimetico. Riconoscere il suo sguardo guizzante in quegli occhi spenti e bui circondati da rughe e occhiaie era davvero un’ardua impresa.

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Caterina Civallero

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